giovedì, 22 dicembre 2005







Tutto come se dovessi sgombrare. E ho toccato
ogni cosa come fosse l’ultima come certi volti nel sonno
spuntano dal fondo e nella voce
ho questa mano febbrile che s’agita, questa cravatta
marrone che mi consegna al mio ufficio. Del resto

eh si che uno zio mi diceva sempre di urlare, scuotendo
il pugno dopopranzo, pigiando il tabacco nella carta (io
che l’osservavo nel mio costume da zorro
senza maschera, lo spadino flessibile), e di dipingermi
un ruolo, cristo!, gonfiare almeno il petto. E sbattevo

appena le palpebre.






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martedì, 20 dicembre 2005







SUB-SCRITTURE / IV




[...] se negli anni ‘70 era giusto, urgente e diverso lavorare sul linguaggio colloquiale e sul parlato, oggi ciò non è più possibile. Perché la gente parla ormai una lingua imbastardita, che tende a spostarsi leggermente sull’“alto” in base ai modelli dei mass-media. La lingua parlata, prima, era quella di chi parlava “traducendo” dal dialetto, oppure di chi si esprimeva con molta semplicità e autenticità. [...] Frasi del genere nel parlato attuale si sentono difficilmente, e allora occorre trovare una lingua che sia il più possibile decorosa e plausibile [...].




M.Cucchi, 2005.





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lunedì, 19 dicembre 2005

 







Fra gli altri, non senza illusioni, perché parlarsi presuppone
infine panza e presenza, occhio mandrillo e mano fugace, frizioni
leggere sulle erre per affermare che si, sto accompagnando me stesso
(in senso melodico intendo) e con voce d’anima e corpo (l’intero,
il mio corpo, l’intero mio corpo)
...e allora sprovare sorde e sonore
bilabiali in un esplodere di pi, bi, pi bi, pi, ma senza sputare, arretrando
su cappa, [g], fino a sciogliermi in liquide, tondeggiare in vocali
veicolando (sempre) IL (maiuscolo) MESSAGGIO: il (più dolce!)
confetto, la (sempre) navetta che vi disarmerà.

e mostrarsi cordiali.






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